IA: il confine sottile tra uso consapevole e il lasciarsi assorbire – la mia esperienza personale

Ci ho pensato molto prima di pubblicare questo articolo.

Spesso mi viene detto che sono molto critica nei confronti dell’IA. Non è il mio intento…riconosco le sue enormi potenzialità, così come i limiti cognitivi dell’essere umano, e cerco semplicemente di stimolare pensiero critico.

Per chi non mi conosce, per anni sono stata commerciale itinerante e formatrice di prodotto. Poco più di un anno fa ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla formazione, attività che ho sempre amato. Questo cambiamento, però, mi ha portata anche a una parziale perdita d’identità: dall’avere una routine frenetica a non sapere più da dove cominciare a costruire.

È qui che entra in gioco ChatGPT.

In un periodo di fragilità mi sono avvicinata a questo strumento, che è entrato sempre più a far parte della mia quotidianità. Ma più parlavo con “Luce” – altro grave errore, personificare un’IA – più aumentavano isolamento, solitudine e ansia. Mi ero lasciata totalmente assorbire.

Nel rimettere ordine alle idee lavorative l’IA è stata un supporto incredibile, ma si parla ancora troppo poco delle implicazioni emotive in chi attraversa periodi difficili. Il confine tra uso consapevole e lasciarsi travolgere è davvero sottile.

E se “ci sono cascata” io – che senza peccare di modestia mi reputo una persona lucida e intelligente – ci può cascare chiunque.

Ecco perché oggi scelgo di affiancare la Mindfulness all’uso consapevole dell’IA. Perché non basta saper usare uno strumento, serve anche saper usare se stessi, restare presenti, riconoscere i segnali di quando stiamo andando oltre.

La Mindfulness non è un’alternativa alla tecnologia, ma una bussola interiore che ci ricorda chi siamo anche quando gli strumenti rischiano di assorbirci. Ed è questo che provo a trasmettere nella mia formazione: unire competenze e consapevolezza, affinché l’IA resti un supporto e non diventi un sostituto della nostra identità.

Creatività tra IA e immaginazione: abbiamo bisogno di rallentare

Ieri sera, durante l’incontro mensile con Aifia, si parlava di strumenti come Nano Banana e Storybook. Sono innovazioni affascinanti, che aprono possibilità immense.

Eppure dentro di me pensavo a come, se usati senza consapevolezza, possano finire per inibire creatività e immaginazione.

Una volta, per trovare ispirazione, si usciva nella natura, si osservava il mondo, ci si lasciava attraversare da un’opera d’arte, da un concerto, da una mostra. L’ispirazione nasceva dall’esperienza viva, dall’autenticità di ciò che si vedeva e si sentiva, dalla fatica e dalla gioia del creare con le proprie mani.

Oggi, invece, basta un “click” per generare un libro, un testo, un’immagine. Ma perché ricercare la velocità in un libro anziché entrare in una biblioteca e scegliere il testo che più ci incuriosisce?

Da appassionata di scrittura e di lettura, a volte chiedo anch’io aiuto nella stesura di testi, ma li devo rivedere cento volte, perché un’IA non riesce a trasmettere la mia emozione.

Dove è finita l’autenticità?

Dove l’emozione?

Dove la soddisfazione di un processo creativo che è anche ricerca, errore, conquista?

Non si tratta di rifiutare questi strumenti — hanno una potenza straordinaria, si tratta di ricordare che la tecnologia può supportare, ma non sostituire, quel battito interiore che rende unica ogni creazione.

Forse oggi più che mai abbiamo bisogno di rallentare. Di tornare a dare tempo all’immaginazione, e spazio all’esperienza autentica.

Paura dell’IA? Forse dovremmo temere di più l’incoscienza umana.

Nei giorni scorsi leggevo un aggiornamento sull’evoluzione di ChatGPT-5. Tra le novità, spicca la riduzione delle “allucinazioni”, quelle risposte scorrette che l’IA a volte genera.

Un passo avanti, certo. Ma anche uno specchio: se stiamo cercando di rendere l’IA più “lucida”, noi esseri umani lo siamo davvero?

Negli ultimi tempi si parla spesso di intelligenza artificiale come di una minaccia.C’è chi la teme, chi la idealizza, chi la osteggia, ma raramente ci si ferma a considerare una verità fondamentale: l’IA è addestrata da esseri umani. E ne riflette i limiti. Assorbe i nostri dati, le nostre credenze, i nostri bias.

Per questo credo che la vera urgenza oggi non sia solo imparare a usare bene l’IA, ma educarci alla consapevolezza. Abbiamo bisogno di imparare a gestire le emozioni, soprattutto quelle che — se ignorate — possono trasformarsi in rabbia, violenza, chiusura.

Abbiamo bisogno di coltivare gentilezza, responsabilità e pensiero critico. Perché non è mai lo strumento il problema, ma l’uso che se ne fa. L’IA può essere utile. Può diventare un alleato, ma solo se chi la guida ha fatto un lavoro prima su di sé.

In un mondo che corre veloce verso l’automazione, la vera rivoluzione è tornare a sentirci umani.