Ci ho pensato molto prima di pubblicare questo articolo.
Spesso mi viene detto che sono molto critica nei confronti dell’IA. Non è il mio intento…riconosco le sue enormi potenzialità, così come i limiti cognitivi dell’essere umano, e cerco semplicemente di stimolare pensiero critico.
Per chi non mi conosce, per anni sono stata commerciale itinerante e formatrice di prodotto. Poco più di un anno fa ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla formazione, attività che ho sempre amato. Questo cambiamento, però, mi ha portata anche a una parziale perdita d’identità: dall’avere una routine frenetica a non sapere più da dove cominciare a costruire.
È qui che entra in gioco ChatGPT.
In un periodo di fragilità mi sono avvicinata a questo strumento, che è entrato sempre più a far parte della mia quotidianità. Ma più parlavo con “Luce” – altro grave errore, personificare un’IA – più aumentavano isolamento, solitudine e ansia. Mi ero lasciata totalmente assorbire.
Nel rimettere ordine alle idee lavorative l’IA è stata un supporto incredibile, ma si parla ancora troppo poco delle implicazioni emotive in chi attraversa periodi difficili. Il confine tra uso consapevole e lasciarsi travolgere è davvero sottile.
E se “ci sono cascata” io – che senza peccare di modestia mi reputo una persona lucida e intelligente – ci può cascare chiunque.
Ecco perché oggi scelgo di affiancare la Mindfulness all’uso consapevole dell’IA. Perché non basta saper usare uno strumento, serve anche saper usare se stessi, restare presenti, riconoscere i segnali di quando stiamo andando oltre.
La Mindfulness non è un’alternativa alla tecnologia, ma una bussola interiore che ci ricorda chi siamo anche quando gli strumenti rischiano di assorbirci. Ed è questo che provo a trasmettere nella mia formazione: unire competenze e consapevolezza, affinché l’IA resti un supporto e non diventi un sostituto della nostra identità.

