Gli “agenti” stanno diventando il nuovo argomento caldo nel mondo dell’Intelligenza Artificiale: non si parla d’altro tra GPT-5, Perplexity e altre piattaforme che iniziano a integrarli nelle loro funzioni.
Ma cosa sono esattamente gli agenti?
In soldoni, sono sistemi di IA capaci di agire in autonomia, uscire dalla piattaforma che utilizziamo e compiere azioni concrete: prenotare un volo, effettuare un acquisto online, creare e inviare documenti, gestire email, persino organizzare la nostra agenda.
Una rivoluzione? Sicuramente.
Un supporto concreto per chi lavora? Anche.
Eppure c’è un aspetto che mi lascia riflettere: quando il confine tra supporto e pigrizia diventa labile?
Nel contesto lavorativo gli agenti possono fare davvero la differenza, soprattutto se utilizzati sotto supervisione. È innegabile che l’IA, per quanto potente, continui a commettere errori e generare allucinazioni. L’occhio umano resta indispensabile.
Il rischio però nasce quando iniziamo a delegare agli agenti anche la nostra vita privata, ogni minima decisione, ogni piccola incombenza. Perché se affidiamo loro non solo le attività ripetitive ma anche quelle che richiedono presenza e scelta, ci troviamo di fronte a un problema più profondo:
👉 una cattiva gestione del tempo
👉 la perdita del senso critico
👉 una progressiva anestetizzazione della nostra capacità decisionale
In altre parole, rischiamo di scambiare per “comodità” quello che, in realtà, è un indebolimento della nostra autonomia.
Gli agenti possono essere un alleato straordinario, ma solo se li usiamo come strumenti, non come stampelle costanti. Coltivare la nostra attenzione e capacità di scelta resta un compito che nessuna IA potrà (né dovrebbe) sostituire.