Che io sia appassionata di film chi mi segue più assiduamente o partecipa ai miei corsi lo sa già: il cinema, (soprattutto fantascienza), è uno dei miei modi preferiti per riflettere sul presente.
L’altra sera ho riguardato Minority Report e mi ha colpita quanto questo film, uscito nel 2002, oggi sembri meno fantascienza e più cronaca.
Oggi, a vent’anni di distanza, il film appare quasi documentaristico: riconoscimento biometrico, pubblicità personalizzata, algoritmi predittivi, polizia preventiva. E soprattutto un messaggio centrale, più attuale che mai: il futuro non è un verdetto, ma un potenziale e noi possiamo sempre scegliere.
Ci sono 3 punti su cui mi son soffermata a riflettere:
1. I “rapporti di minoranza”, la parte che gli algoritmi non vedono
Nel film, i Precog prevedono omicidi prima che accadano. Le loro visioni vengono trattate come verità assolute, tranne quando emergono i rapporti di minoranza: versioni alternative, possibilità diverse, futuri che non coincidono con quello previsto.
Ed è proprio qui che il film lancia un avvertimento che oggi, nell’era dell’IA predittiva, suona come una sirena:
un algoritmo può anticipare uno scenario probabile, ma non può decretare ciò che sceglieremo.
I sistemi predittivi – che oggi usiamo negli acquisti, nelle ricerche, nelle feed dei social, nelle mappe, nel credit scoring – funzionano secondo un unico principio: prevedono il futuro usando il passato.
Quello che sei stato → determina ciò che, secondo loro, sarai.
Ma come i Precog, anche gli algoritmi non vedono tutto. Non vedono i salti di coscienza, le scelte inattese, la creatività, il libero arbitrio.
Il “rapporto di minoranza”, oggi, è proprio questo: lo spazio invisibile della libertà umana.
2. Il saluto del negozio Gap: “Salve, signor Yakomoto! Bentornato da Gap!”
Una delle scene più inquietanti e profetiche è quando John Anderton entra nel negozio Gap e un ologramma lo riconosce (o meglio, riconosce il bulbo oculare trapiantato), lo chiama per nome e gli propone acquisti basati sul suo storico personale.
Nel 2002 sembrava un incubo distopico.
Nel 2025 è il remarketing.
💡 Hai guardato un paio di scarpe? Te le ritrovi ovunque.
💡 Entro in un supermercato e la fidelity card “sa” cosa compro.
💡 Uso un’app e mi propone ciò che “probabilmente” desidero.
Il punto non è demonizzare. La personalizzazione può essere comoda, il punto è chiedersi: chi decide cosa desidero davvero? L’algoritmo che replica il mio passato? O io, nel mio presente consapevole?
Se non coltiviamo consapevolezza, non siamo più noi a scegliere, sono le nostre abitudini a farlo al posto nostro.
3. “Questo è il presente? Sono così stanca del futuro.”
Agata, la Mindfulness e la fatica di vivere proiettati avanti.
Agata è una Precog che ha passato la vita intrappolata nel futuro, immersa in ciò che “potrebbe accadere”. Quando viene liberata, respira e sussurra:
“Questo è il presente? Sono così stanca del futuro.”
È forse la frase più Mindfulness di tutto il cinema.
In un’epoca in cui viviamo costantemente proiettati: nelle previsioni del meteo, nelle previsioni dell’algoritmo, nelle notifiche, nei promemoria continui, nelle ansie di ciò che “potrebbe succedere”, il rischio è esattamente stancarci del futuro prima ancora di viverlo.
La Mindfulness ci riporta a terra, qui, ora.
Ci ricorda che il presente non è solo un luogo da attraversare velocemente per arrivare a “qualcos’altro”, è il punto da cui tutto inizia, l’unico spazio in cui possiamo realmente scegliere un futuro diverso da quello previsto.
Conclusione: Il futuro non è un algoritmo. È un bivio.
Minority Report non è un film sull’onnipotenza della predizione, è un film sulla fragilità della predizione.
Oggi più che mai, mentre l’IA analizza i nostri dati, anticipa le nostre mosse, suggerisce cosa fare, comprare, guardare, mangiare, pensare… abbiamo bisogno di ricordare un concetto elementare: il futuro può essere previsto, ma non è mai obbligatorio.
In ogni rapporto di minoranza, in ogni scelta controcorrente, in ogni “oggi decido diversamente” , c’è lo spazio umano che nessun algoritmo può colonizzare.


