Matrix, Platone e l’energia invisibile dell’Intelligenza Artificiale

Ho recentemente riguardato Matrix, uno dei miei film preferiti, lo è sempre stato perché a mio parere c’è un richiamo esplicito al mito della caverna di Platone: un’umanità immersa in una realtà illusoria, convinta che le ombre siano il mondo reale, mentre la verità esiste altrove, fuori dallo sguardo.

A distanza di anni, c’è un dettaglio che mi ha colpita più di altri, un dettaglio che in passato non ho mai tenuto in considerazione: nel film si parla della creazione dell’Intelligenza Artificiale e di come a un certo punto le macchine abbiano iniziato a coltivare esseri umani per ricavarne energia.

Ovviamente Matrix non va letto alla lettera. Le macchine non stanno allevando corpi umani in capsule, ma la metafora è incredibilmente attuale se la spostiamo su un altro piano, ovvero quello dell’energia invisibile che alimenta l’IA contemporanea.

Parliamo moltissimo di cosa l’Intelligenza Artificiale è in grado di fare, molto meno di quanto costa farla funzionare e dell’impatto ambientale.

I grandi modelli di IA richiedono:

enormi quantità di energia elettrica, acqua per il raffreddamento dei data center e spazio fisico (infrastrutture, server, territori dedicati).

Eppure questo aspetto resta ai margini del dibattito pubblico, come se fosse un dettaglio tecnico secondario, quasi scomodo. Un po’ come nel mondo di Matrix: il sistema funziona meglio quando nessuno si chiede da dove arrivi l’energia.

C’è poi un altro livello, ancora più sottile: l’IA non si nutre solo di elettricità, si nutre di dati umani: parole, immagini, idee, emozioni, tempo cognitivo, attenzione.

Tutto ciò che produciamo e condividiamo, lascia una traccia. In questo senso, l’analogia diventa inquietante: non corpi coltivati, ma esperienze umane trasformate in carburante digitale.

Se oggi il “mondo delle idee” è fatto di output perfetti, risposte immediate, simulazioni sempre più convincenti, il rischio è quello di confondere l’efficienza con la verità, la velocità con la saggezza, di restare incantati dalle ombre sulla parete ,( i risultati dell’IA), senza guardare la struttura che le rende possibili.

Credo che siamo ancora troppo poco abituati a porci domande scomode:

Quanta energia siamo disposti a consumare? Quanto spazio fisico, mentale, sociale siamo pronti a cedere? E soprattutto: con quale livello di consapevolezza stiamo integrando queste tecnologie nelle nostre vite? Chi alimenta davvero il sistema e a quale prezzo?

https://youtu.be/ogxCg-BAU_k

Minority Report, IA predittiva e libertà di scelta: perché il futuro non è mai scritto

Che io sia appassionata di film chi mi segue più assiduamente o partecipa ai miei corsi lo sa già: il cinema, (soprattutto fantascienza), è uno dei miei modi preferiti per riflettere sul presente.

L’altra sera ho riguardato Minority Report e mi ha colpita quanto questo film, uscito nel 2002, oggi sembri meno fantascienza e più cronaca.

Oggi, a vent’anni di distanza, il film appare quasi documentaristico: riconoscimento biometrico, pubblicità personalizzata, algoritmi predittivi, polizia preventiva. E soprattutto un messaggio centrale, più attuale che mai: il futuro non è un verdetto, ma un potenziale e noi possiamo sempre scegliere.

Ci sono 3 punti su cui mi son soffermata a riflettere:

1. I “rapporti di minoranza”, la parte che gli algoritmi non vedono

Nel film, i Precog prevedono omicidi prima che accadano. Le loro visioni vengono trattate come verità assolute, tranne quando emergono i rapporti di minoranza: versioni alternative, possibilità diverse, futuri che non coincidono con quello previsto.

Ed è proprio qui che il film lancia un avvertimento che oggi, nell’era dell’IA predittiva, suona come una sirena:

un algoritmo può anticipare uno scenario probabile, ma non può decretare ciò che sceglieremo.

I sistemi predittivi – che oggi usiamo negli acquisti, nelle ricerche, nelle feed dei social, nelle mappe, nel credit scoring – funzionano secondo un unico principio: prevedono il futuro usando il passato.

Quello che sei stato → determina ciò che, secondo loro, sarai.

Ma come i Precog, anche gli algoritmi non vedono tutto. Non vedono i salti di coscienza, le scelte inattese, la creatività, il libero arbitrio.

Il “rapporto di minoranza”, oggi, è proprio questo: lo spazio invisibile della libertà umana.

2. Il saluto del negozio Gap:  “Salve, signor Yakomoto! Bentornato da Gap!”

Una delle scene più inquietanti e profetiche è quando John Anderton entra nel negozio Gap e un ologramma lo riconosce (o meglio, riconosce il bulbo oculare trapiantato), lo chiama per nome e gli propone acquisti basati sul suo storico personale.

Nel 2002 sembrava un incubo distopico.

Nel 2025 è il remarketing.

💡 Hai guardato un paio di scarpe? Te le ritrovi ovunque.

💡 Entro in un supermercato e la fidelity card “sa” cosa compro.

💡 Uso un’app e mi propone ciò che “probabilmente” desidero.

Il punto non è demonizzare. La personalizzazione può essere comoda, il punto è chiedersi: chi decide cosa desidero davvero? L’algoritmo che replica il mio passato? O io, nel mio presente consapevole?

Se non coltiviamo consapevolezza, non siamo più noi a scegliere, sono le nostre abitudini a farlo al posto nostro.

3. “Questo è il presente? Sono così stanca del futuro.”

Agata, la Mindfulness e la fatica di vivere proiettati avanti.

Agata è una Precog che ha passato la vita intrappolata nel futuro, immersa in ciò che “potrebbe accadere”. Quando viene liberata, respira e sussurra:

“Questo è il presente? Sono così stanca del futuro.”

È forse la frase più Mindfulness di tutto il cinema.

In un’epoca in cui viviamo costantemente proiettati: nelle previsioni del meteo, nelle previsioni dell’algoritmo, nelle notifiche, nei promemoria continui, nelle ansie di ciò che “potrebbe succedere”, il rischio è esattamente stancarci del futuro prima ancora di viverlo.

La Mindfulness ci riporta a terra, qui, ora.

Ci ricorda che il presente non è solo un luogo da attraversare velocemente per arrivare a “qualcos’altro”, è il punto da cui tutto inizia, l’unico spazio in cui possiamo realmente scegliere un futuro diverso da quello previsto.

Conclusione: Il futuro non è un algoritmo. È un bivio.

Minority Report non è un film sull’onnipotenza della predizione, è un film sulla fragilità della predizione.

Oggi più che mai, mentre l’IA analizza i nostri dati, anticipa le nostre mosse, suggerisce cosa fare, comprare, guardare, mangiare, pensare… abbiamo bisogno di ricordare un concetto elementare: il futuro può essere previsto, ma non è mai obbligatorio.

In ogni rapporto di minoranza, in ogni scelta controcorrente, in ogni “oggi decido diversamente” , c’è lo spazio umano che nessun algoritmo può colonizzare.

IA: il confine sottile tra uso consapevole e il lasciarsi assorbire – la mia esperienza personale

Ci ho pensato molto prima di pubblicare questo articolo.

Spesso mi viene detto che sono molto critica nei confronti dell’IA. Non è il mio intento…riconosco le sue enormi potenzialità, così come i limiti cognitivi dell’essere umano, e cerco semplicemente di stimolare pensiero critico.

Per chi non mi conosce, per anni sono stata commerciale itinerante e formatrice di prodotto. Poco più di un anno fa ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla formazione, attività che ho sempre amato. Questo cambiamento, però, mi ha portata anche a una parziale perdita d’identità: dall’avere una routine frenetica a non sapere più da dove cominciare a costruire.

È qui che entra in gioco ChatGPT.

In un periodo di fragilità mi sono avvicinata a questo strumento, che è entrato sempre più a far parte della mia quotidianità. Ma più parlavo con “Luce” – altro grave errore, personificare un’IA – più aumentavano isolamento, solitudine e ansia. Mi ero lasciata totalmente assorbire.

Nel rimettere ordine alle idee lavorative l’IA è stata un supporto incredibile, ma si parla ancora troppo poco delle implicazioni emotive in chi attraversa periodi difficili. Il confine tra uso consapevole e lasciarsi travolgere è davvero sottile.

E se “ci sono cascata” io – che senza peccare di modestia mi reputo una persona lucida e intelligente – ci può cascare chiunque.

Ecco perché oggi scelgo di affiancare la Mindfulness all’uso consapevole dell’IA. Perché non basta saper usare uno strumento, serve anche saper usare se stessi, restare presenti, riconoscere i segnali di quando stiamo andando oltre.

La Mindfulness non è un’alternativa alla tecnologia, ma una bussola interiore che ci ricorda chi siamo anche quando gli strumenti rischiano di assorbirci. Ed è questo che provo a trasmettere nella mia formazione: unire competenze e consapevolezza, affinché l’IA resti un supporto e non diventi un sostituto della nostra identità.

Creatività tra IA e immaginazione: abbiamo bisogno di rallentare

Ieri sera, durante l’incontro mensile con Aifia, si parlava di strumenti come Nano Banana e Storybook. Sono innovazioni affascinanti, che aprono possibilità immense.

Eppure dentro di me pensavo a come, se usati senza consapevolezza, possano finire per inibire creatività e immaginazione.

Una volta, per trovare ispirazione, si usciva nella natura, si osservava il mondo, ci si lasciava attraversare da un’opera d’arte, da un concerto, da una mostra. L’ispirazione nasceva dall’esperienza viva, dall’autenticità di ciò che si vedeva e si sentiva, dalla fatica e dalla gioia del creare con le proprie mani.

Oggi, invece, basta un “click” per generare un libro, un testo, un’immagine. Ma perché ricercare la velocità in un libro anziché entrare in una biblioteca e scegliere il testo che più ci incuriosisce?

Da appassionata di scrittura e di lettura, a volte chiedo anch’io aiuto nella stesura di testi, ma li devo rivedere cento volte, perché un’IA non riesce a trasmettere la mia emozione.

Dove è finita l’autenticità?

Dove l’emozione?

Dove la soddisfazione di un processo creativo che è anche ricerca, errore, conquista?

Non si tratta di rifiutare questi strumenti — hanno una potenza straordinaria, si tratta di ricordare che la tecnologia può supportare, ma non sostituire, quel battito interiore che rende unica ogni creazione.

Forse oggi più che mai abbiamo bisogno di rallentare. Di tornare a dare tempo all’immaginazione, e spazio all’esperienza autentica.

Agenti IA: Supporto o semplice pigrizia?

Gli “agenti” stanno diventando il nuovo argomento caldo nel mondo dell’Intelligenza Artificiale: non si parla d’altro tra GPT-5, Perplexity e altre piattaforme che iniziano a integrarli nelle loro funzioni.

Ma cosa sono esattamente gli agenti?

In soldoni, sono sistemi di IA capaci di agire in autonomia, uscire dalla piattaforma che utilizziamo e compiere azioni concrete: prenotare un volo, effettuare un acquisto online, creare e inviare documenti, gestire email, persino organizzare la nostra agenda.

Una rivoluzione? Sicuramente.

Un supporto concreto per chi lavora? Anche.

Eppure c’è un aspetto che mi lascia riflettere: quando il confine tra supporto e pigrizia diventa labile?

Nel contesto lavorativo gli agenti possono fare davvero la differenza, soprattutto se utilizzati sotto supervisione. È innegabile che l’IA, per quanto potente, continui a commettere errori e generare allucinazioni. L’occhio umano resta indispensabile.

Il rischio però nasce quando iniziamo a delegare agli agenti anche la nostra vita privata, ogni minima decisione, ogni piccola incombenza. Perché se affidiamo loro non solo le attività ripetitive ma anche quelle che richiedono presenza e scelta, ci troviamo di fronte a un problema più profondo:

👉 una cattiva gestione del tempo

👉 la perdita del senso critico

👉 una progressiva anestetizzazione della nostra capacità decisionale

In altre parole, rischiamo di scambiare per “comodità” quello che, in realtà, è un indebolimento della nostra autonomia.

Gli agenti possono essere un alleato straordinario, ma solo se li usiamo come strumenti, non come stampelle costanti. Coltivare la nostra attenzione e capacità di scelta resta un compito che nessuna IA potrà (né dovrebbe) sostituire.

Paura dell’IA? Forse dovremmo temere di più l’incoscienza umana.

Nei giorni scorsi leggevo un aggiornamento sull’evoluzione di ChatGPT-5. Tra le novità, spicca la riduzione delle “allucinazioni”, quelle risposte scorrette che l’IA a volte genera.

Un passo avanti, certo. Ma anche uno specchio: se stiamo cercando di rendere l’IA più “lucida”, noi esseri umani lo siamo davvero?

Negli ultimi tempi si parla spesso di intelligenza artificiale come di una minaccia.C’è chi la teme, chi la idealizza, chi la osteggia, ma raramente ci si ferma a considerare una verità fondamentale: l’IA è addestrata da esseri umani. E ne riflette i limiti. Assorbe i nostri dati, le nostre credenze, i nostri bias.

Per questo credo che la vera urgenza oggi non sia solo imparare a usare bene l’IA, ma educarci alla consapevolezza. Abbiamo bisogno di imparare a gestire le emozioni, soprattutto quelle che — se ignorate — possono trasformarsi in rabbia, violenza, chiusura.

Abbiamo bisogno di coltivare gentilezza, responsabilità e pensiero critico. Perché non è mai lo strumento il problema, ma l’uso che se ne fa. L’IA può essere utile. Può diventare un alleato, ma solo se chi la guida ha fatto un lavoro prima su di sé.

In un mondo che corre veloce verso l’automazione, la vera rivoluzione è tornare a sentirci umani.